Abstract
La Dieta Mediterranea resta un modello nutrizionale solido, mentre l’aumento dell’obesità e delle patologie correlate è causato dal crescente consumo di alimenti ultra-processati (UPF) industriali, a scapito dei cibi tradizionali, e da una diffusa vulnerabilità sociale. Si respingono, pertanto, le critiche sulla dieta mediterranea italiana, evidenziando come la vera emergenza sia legata alla qualità del cibo e alla necessità di rieducare i cittadini ad uno stile di vita sano attraverso interventi mirati di
- politiche sanitarie di prevenzione primaria promosse dal Sistema Sanitario Nazionale con l’istituzione del Nutrizionista di famiglia
- tassazione specifica per prodotti alimentari ad alto contenuto di grassi, zuccheri, sale e calorie e bassa qualità nutrizionale
- piani educativi scolastici strutturati sulla Dieta Mediterranea e regolamentazione delle vending machine
- incentivazione di modelli di produzione agroalimentare di qualità e interventi di rimodulazione della tassazione dei prodotti salutari
BRINDISI, 03 agosto 2026. La Dieta Mediterranea non è superata: le vere emergenze sono gli alimenti ultra-processati e la nostra società che va rieducata.
La recente polemica sollevata dalla BBC sui dati di obesità in Italia richiede una riflessione profonda e istituzionale. L’obesità non è causata solo da un’alimentazione errata, ma è il prodotto di molti altri fattori biologici e sociali. La Dieta Mediterranea non è un dogma superato, ma un modello scientifico robusto. Il problema non è il modello, ma il progressivo allontanamento da esso. L’allontanamento dalla dieta mediterranea ed un’alta prevalenza di obesità in età pediatrica non è un evento circoscritto all’Italia, ma coinvolge anche Grecia, Spagna, Portogallo.
I dati epidemiologici odierni parlano chiaro. L’aumento di obesità, diabete di tipo II, malattie cardiovascolari e cancro certifica la crisi del nostro stile di vita. Questo fenomeno colpisce duramente i giovani del Sud Italia, ma non solo. Non si tratta di una scelta consapevole, ma di una vulnerabilità sociale. Le famiglie a basso reddito e minore scolarizzazione sono il target preferito della grande industria alimentare e non solo nel Sud d’Italia.
Il mercato attuale è saturato da alimenti ultra-processati (UPF), imposti da produttori e catene di ristorazione fast food. Pertanto, è necessario chiarire che non sono le cosiddette “Cinque P” (Pizza, Pasta, Patate, Proteine e Pane) indicate dagli esperti citati dalla BBC a creare il problema. Questi alimenti, se declinati nella loro versione tradizionale, fresca e bilanciata, costituiscono da sempre le fondamenta del nostro modello nutrizionale. Il vero pericolo risiede nella loro snaturazione industriale e nella diffusione capillare di formulazioni chimiche complesse ad alta densità energetica e povere di nutrienti.
Va inoltre ricordato che anche la qualità delle materie prime ha subito profonde trasformazioni. L’impiego sempre più diffuso di farine altamente raffinate, private di buona parte della componente fibrosa e di numerosi micronutrienti naturalmente presenti nel chicco, insieme alla progressiva diffusione di sistemi agricoli basati su estese monocolture intensive, ha contribuito ad allontanare ulteriormente il consumatore dall’alimento tradizionale che caratterizzava la Dieta Mediterranea. La tutela della biodiversità agricola, delle produzioni locali e delle filiere di qualità rappresenta quindi un elemento complementare e imprescindibile di una moderna strategia di prevenzione.
Da un lato troviamo i dolciumi strutturati con zuccheri liberi aggiunti e grassi saturi; dall’altro una massiccia offerta di snack e prodotti salati ricchi non solo di grassi saturi, ma anche di sodio e additivi chimici, come il glutammato monosodico e altri esaltatori di sapidità, completamente estranei alle cucine domestiche. Queste sostanze sono specificamente progettate per ingannare i recettori del gusto e i centri cerebrali della gratificazione, alterando il naturale senso di sazietà e spingendo a un consumo compulsivo. La logica del profitto industriale ha sostituito il valore della nutrizione, costringendo la popolazione a un consumo cronico di questi cibi nocivi.
In questo scenario, il valore simbolico e culturale del cibo è stato completamente ribaltato rispetto al passato. Nelle epoche precedenti la Rivoluzione industriale, il dolce naturale e artigianale – come i fichi secchi, la carruba o il biscotto artigianale – rappresentava un evento raro e più frequente solo nelle grandi feste come il Natale. Oggi ci troviamo in un contesto opposto: il cibo iper-processato, sia dolce che salato, è economico, sovra-rappresentato e accessibile a chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi forma. Viene propinato dai familiari ai più piccoli in maniera pressoché continua, alimentando un cortocircuito premiale costante che trasforma quella che dovrebbe essere un’eccezione in una norma quotidiana.
Un quadro ancora più drammatico riguarda le bevande zuccherate ed energetiche, la cui diffusione tra gli adolescenti è trainata da una comunicazione social diretta, aggressiva e incontrollata da parte degli influencer. A questo si aggiunge il ruolo cruciale e deleterio delle vending machine: i distributori automatici installati capillarmente, non solo nei luoghi pubblici esterni, ma persino all’interno degli istituti scolastici. Queste macchine garantiscono ai minorenni un accesso costante, autonomo e non vigilato proprio a quegli snack ultra-processati, iper-salati e ricchi di additivi nocivi citati in precedenza. Il problema principale, tuttavia, non è costituito tanto dalla composizione nutrizionale squilibrata, quanto dal fatto che la presenza di questi prodotti proprio nelle scuole li rende “buoni” per bambini e adolescenti, certificandone la loro adeguatezza.
Da un punto di vista fisiologico le bevande rappresentano un pericolo decisamente maggiore rispetto ai cibi solidi. Essendo prive di fibre e della matrice alimentare che rallenta la digestione, la massiccia quota di zuccheri liquidi viene assimilata istantaneamente dall’organismo. Una bevanda iconica nel mondo della “abbeverazione” moderna e molto diffusa, contiene in una singola lattina da 330 ml ben 35 g di zucchero, l’equivalente di 7 bustine da caffè (e oltre 130 kcal), e non sono da meno le nuove proposte presenti sul mercato. Questo provoca un picco glicemico violento e immediato, che costringe il pancreas a una iper-produzione di insulina. Il conseguente crollo della glicemia (ipoglicemia reattiva) scatena un senso di fame cronica e stanchezza, innescando un circolo vizioso di dipendenza neurobiologica. A ciò si aggiunge il frequente arricchimento con sostanze eccitanti, che amplifica lo stress cellulare e lo stato infiammatorio sistemico di bambini e ragazzi. L’uso negli spot pubblicitari di alimenti e bevande di questo tipo, ne amplifica l’utilizzo, soprattutto nelle fasce sociali più svantaggiate e più sensibli ai claim pubblicitari.
La demonizzazione degli alimenti ricchi in carboidrati come pane, pizza, patate e pasta non è la strada giusta nella corretta informazione dei cittadini, e la continua promozione di diete sbilanciate fa bene soprattutto ai loro ideatori.
In questo mondo, reso un grande cartellone pubblicitario da poche multinazionali, raccontare che la Dieta Mediterranea “fa bene” non basta più. Le istituzioni devono intervenire con urgenza attraverso azioni concrete e coordinate, avviando una vera e propria riforma della politica sanitaria e sociale. Il primo passo necessario è l’introduzione di una tassazione mirata sulle eccedenze di zuccheri, grassi saturi e sale, una misura fiscale indispensabile per scoraggiare la produzione di cibi ultra-processati di bassa qualità nutrizionale e renderli economicamente meno accessibili. Parallelamente, il Sistema Sanitario Nazionale deve farsi carico della prevenzione primaria istituendo la figura del nutrizionista di famiglia, garantendo così un supporto scientifico continuo direttamente all’interno dei nuclei domestici sia in termini di indirizzo nell’adozione di comportamenti virtuosi a tavola, dalla riscoperta della cucina alla strutturazione di menù settimanali diversificati, che di stimolo nello svolgimento di adeguata attività fisica. Questa rieducazione deve trovare una sponda fondamentale nel mondo dell’istruzione, attraverso la strutturazione di programmi didattici nazionali che coinvolgano l’intera popolazione scolastica in modo organico, e con una regolamentazione nella selezione, da parte degli stessi istituti, di offerte maggiormente aderenti alla Dieta Mediterrnaea per la distribuzione automatica di merendine. Lo Stato, inoltre, deve premiare la virtù produttiva, incentivando economicamente quelle aziende agroalimentari che scelgono di investire in lavorazioni sostenibili, materie prime di alta qualità ed eccellenza nutrizionale, nel rispetto delle tradizioni e capaci di declinare in maniera virtuosa le innovazioni tecnologiche. Promuovere farine meno raffinate e prodotti ottenuti da filiere di qualità significa rafforzare la coerenza tra produzione agricola, tutela ambientale e principi della Dieta Mediterranea.
Educazione, prevenzione, fiscalità mirata e produzione agroalimentare di eccellenza rappresentano le parole chiave per sviluppare un piano politico serio, privo di slogan e focalizzato sul benessere collettivo. Dobbiamo comprendere che la Dieta Mediterranea non è solo un retaggio del passato, ma la vera, concreta soluzione ai problemi sanitari, economici e sociali dei nostri giorni. Proprio per questo è nostro dovere istituzionale e morale incrementare ogni sforzo culturale per farla conoscere, proteggerla e trasmetterla capillarmente alle attuali e alle future generazioni, restituendo loro il diritto a un futuro sano.
Brindisi, 03/08/2026
Il presidente
Dott. Domenico Rogoli
il coordinatore del CTS
Prof Antonio Capurso
(l’immagine di copertina è tratta dal sito La pirámide – FUNDACIÓN DIETA MEDITERRANEA)
